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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Oggi Formigoni è stato costretto a tirare il freno a mano. Voleva accelerare, invece ha dovuto decelerare. E così, l’odierna seduta della Giunta regionale non ha approvato alcun progetto di legge, ma ascoltato una semplice informativa.
Anzi, Formigoni dichiara pure che non ha “mai pensato” di privatizzare l’acqua pubblica, proponendo lo stesso gioco di parole in cui si era esercitato appena qualche ora prima anche Podestà.
Evidentemente sia l’Anci, che i comitati e noi, ci siamo sognati quella bozza di articolato di legge regionale, su carta intestata dell’assessorato regionale, che avrebbe dovuto andare in discussione nella seduta della Giunta di oggi (che per sicurezza alleghiamo in fondo al testo).
Quella bozza di legge dice che i Comuni vengono esautorati, salvo Milano, e che le competenze in materia passano alle Provincie. Prevede anche che il servizio di erogazione dell’acqua venga aperto ai privati, mediante le gare obbligatorie. Infine, all'articolo 51 preannuncia di fatto anche l'aumento delle tariffe.
In italiano questo si chiama privatizzazione. Quindi, se Formigoni ha cambiato idea, grazie alle proteste di Anci, comitati e opposizioni, beninteso, allora semplicemente rinunci a ogni tentativo di voler anticipare con i fatti compiuti il referendum. Insomma, lasci che decidano liberamente i cittadini.
Ma siccome non ci fidiamo, visti anche i precedenti, riteniamo necessario che non si abbassi la guardia e che si prepari la mobilitazione per l’autunno prossimo.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto, puoi scaricare il testo integrale della bozza di legge regionale (4 Mb)
 

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I ladri di acqua preferiscono agire nell’ombra. E così, Formigoni avrà pensato che il 5 di agosto, quando incombono le vacanze, potesse essere un ottimo giorno per un colpo di mano, infinocchiando così in un sol colpo sia i suoi cocciuti concittadini, che i recalcitranti Comuni, ambedue colpevoli di non amare abbastanza quella privatizzazione dell’acqua pubblica, che invece piace tanto ai suoi sodali.
Ma la notizia era trapelata anzitempo, come spesso accade ai segreti di Pulcinella, le proteste iniziano a farsi sentire e, a questo punto, bisogna attendere la riunione della Giunta regionale di domani per capire cosa succederà.
Da parte nostra, chiediamo al Presidente Formigoni e alla Lega non solo di rinunciare al blitz agostano, ma anche di astenersi successivamente da ogni iniziativa legislativa tesa ad imporre la privatizzazione dell’acqua e ad espropriare le comunità locali delle loro legittime prerogative, prima che si tenga il referendum contro il decreto Ronchi.
Insomma, si ritiri il progetto e che decidano i cittadini se l’acqua deve rimanere pubblica o diventare un business per alcune grandi società private. Riteniamo questa l’unica soluzione sensata e rispettosa della cittadinanza, anche e soprattutto alla luce dei precedenti.
Infatti, la Giunta Formigoni aveva già tentato di imporre ai Comuni la privatizzazione dell’acqua, per mezzo di un apposita norma, inserita nella legge regionale n. 18 del 28 luglio 2006.
Contro quella norma, una sorta di decreto Ronchi ante litteram, si sviluppò una forte opposizione, soprattutto sul territorio, visto che allora in Consiglio non eravamo in tanti a farla e il Pd era piuttosto tiepido. In particolare, oltre 140 Comuni presero l’iniziativa per un referendum regionale abrogativo.
Il centrodestra, così forte ed egemone in Lombardia, aveva però una paura matta di quel referendum e pur di non doverlo affrontare, prima lo fece slittare dal 2008 al 2009 e, infine, fece retromarcia: il 27 gennaio 2009 il Consiglio regionale votò all’unanimità l’abrogazione della contestata norma.
Una paura giustificata, peraltro, considerato anche il gran numero di firme raccolte di recente in Lombardia per il referendum sull’abrogazione del decreto Ronchi: ben 237mila su un totale nazionale di 1,4 milioni.
In altre parole, Formigoni agisce come un ladro e si inventa l’incredibile esautorazione dei Comuni, per passare le competenze in materia di gestione dell’acqua alle Provincie, perché sa di essere in minoranza tra i lombardi.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
Oggi, mercoledì 4 agosto, dalle ore 17.00, presidio davanti al Pirellone contro la privatizzazione dell’acqua, convocato dal Coordinamento regionale lombardo dei Comitati per l’acqua pubblica. Se sei a Milano, partecipa!
 
 
Esprimiamo grande soddisfazione per l’approvazione all’unanimità, da parte del Consiglio regionale, della nostra mozione a sostegno dei diritti e delle libertà democratiche dei kurdi in Turchia.
Infatti, poco prima di Natale la Corte costituzionale della Turchia ha messo fuorilegge e sciolto il partito di riferimento dei kurdi, che costituiscono quasi un terzo della popolazione del paese. Si tratta del DTP (Partito della società democratica), che dispone di 21 deputati eletti nel parlamento turco, nonché di numerosi amministratori locali.  Contestualmente, sono state arrestate un’ottantina tra esponenti politici, amministratori locali e rappresentanti di organizzazioni non governative turche, tutti appartenenti o vicini al partito.
Con la mozione approvata oggi - presentata dal sottoscritto e firmata da altri undici consiglieri dell’opposizione - il Consiglio regionale “ribadisce il suo impegno per il rispetto delle libertà civili e democratiche dei kurdi di Turchia e dei diritti umani in generale” e impegna il Presidente Formigoni “a sollecitare il Governo italiano ad intervenire presso il Governo della Turchia, al fine di manifestare formalmente la sua preoccupazione e di esortare al rispetto dei diritti e delle libertà democratiche del popolo kurdo nell’ambito delle istituzioni della Repubblica di Turchia”.
Nell’esprimere la nostra solidarietà verso il popolo kurdo, con il completo sostegno alla sua lotta per il riconoscimento dei suoi diritti in Turchia, auspichiamo che l’odierno voto del Consiglio regionale possa essere un piccolo ma reale contributo alla causa di democrazia e libertà di questo popolo oppresso.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
qui sotto puoi scaricare la versione originale della mozione approvata all’unanimità
 

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Stamattina, insieme al segretario del Prc di Bergamo, Ezio Locatelli, ho visitato il carcere di via Gleno, a Bergamo. Ecco il comunicato rilasciato all’uscita:
“La Casa Circondariale di Bergamo è un tipico esempio di quello che sono diventate le carceri italiane, cioè delle discariche sociali, con l’aggravante del sovraffollamento, che ormai non fa nemmeno più notizia.
Nel dettaglio, la capienza ottimale della struttura è di 220 detenuti, ma oggi ce ne sono 496, di cui 32 donne. In altre parole, è stata superata anche la cosiddetta ‘capienza di necessità’, che prevede due detenuti per cella, anziché uno come da standard ottimale: attualmente, infatti, in ogni cella convivono ben tre persone.
Per quanto riguarda la presenza di detenuti stranieri, compresi quelli comunitari, siamo a quota 267, cioè il 54% per totale. Le comunità più rappresentate sono quella marocchina (93) e quella albanese (40), ma complessivamente si contano ben 35 diverse nazionalità di appartenenza.
I dati che fanno maggiormente impressione sono però quelli relativi ai detenuti con problemi di tossicodipendenza o di tipo psichiatrico.
Infatti, il 42% del totale, cioè 209, sono registrati come tossicodipendenti, mentre quelli diagnosticati come ‘psichiatrici’ sono l’11%, cioè 55. Il personale medico stima inoltre che circa altri 200 detenuti mostrano disagi di tipo mentale o comportamentale.
La larga maggioranza della popolazione carceraria di Bergamo è detenuta per reati di microcriminalità. In prevalenza - oltre la metà dei reclusi - per violazione della legge sui stupefacenti.
Infine, va sottolineato che vi è un forte turn over, poiché solo una minoranza dei detenuti sconta una pena definitiva, mentre tutti gli altri sono in attesa di giudizio.
Insomma, se, nonostante tutto, il carcere funziona ancora, questo lo si deve soprattutto alla professionalità e all’impegno della direzione e a quanti, nelle diverse funzioni, ci lavorano. Inoltre, va segnalato la buona relazione del carcere con il territorio, grazie anche all’opera del Comitato carcere e territorio e alla forte presenza del volontariato.
Professionalità, impegno e volontariato non possono tuttavia ovviare al problema di fondo, cioè che le carceri funzionano oggi da discarica sociale, dove raccogliere parte delle conseguenze dell’esclusione sociale.”
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer e Ezio Locatelli
 
 
Imporre agli enti locali la privatizzazione dell’acqua, come ha voluto fare il Governo Pdl-Lega, è un attentato contro l’interesse generale. Da parte nostra, sosterremo e promuoveremo ogni atto utile, compreso il referendum, per impedire che questa norma diventi realtà.
Ma oggi, in maniera particolare, riteniamo che il Presidente Formigoni debba rispettare non solo lo spirito e la lettera della legge regionale lombarda, ma anche la volontà espressa dalla maggioranza degli enti locali presenti sul territorio, anche al di là del loro colore politico. Deve impugnare cioè, davanti alla Corte Costituzionale, la norma approvata in Parlamento.
Le disposizioni contenute nella legge lombarda, che appunto salvaguarda la possibilità per gli enti locali di optare per la gestione pubblica dell’acqua, non sono farina del suo sacco, lo sappiamo bene. Anzi, la maggioranza intendeva perseguire una soluzione analoga a quella ora immaginata dal Governo. Ma poi, grazie all’opposizione di Rifondazione e di tutta l’opposizione e, soprattutto, a causa della vera e propria alzata di scudi, con tanto di minaccia di referendum, da parte di moltissimi Comuni lombardi, le cose sono andate diversamente.
In altre parole, in Lombardia anche la maggioranza di centrodestra ha dovuto accettare il fatto che gli enti locali e i cittadini sono contrari alla privatizzazione dell’acqua. Per questo, riteniamo eticamente doveroso che la Giunta regionale si opponga alla norma nazionale, impugnandola davanti alla Consulta.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
L’odierna decisione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) di procedere alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del via libera alla commercializzazione della Ru486, non solo è un atto dovuto, ma arriva con due mesi e mezzo di ritardo a causa delle indebite ingerenze politiche da parte di esponenti del centrodestra.
Come ricordato dalla stessa Aifa, la definizione delle modalità di utilizzo clinico non spetta all’Agenzia. Quindi, le stesse indicazioni limitative contenute nella delibera del CdA dell’Aifa, del 30 luglio scorso, hanno carattere unicamente propositivo.
Riteniamo che a questo punto le istituzioni, cioè lo Stato e le Regioni, debbano garantire la libertà di scelta, alle donne che ricorrono all’interruzione di gravidanza, tra il metodo chirurgico e quello farmaceutico mediante pillola Ru486. E questo significa anche astenersi dall’introdurre limitazioni all’uso di carattere punitivo e gratuito.
Da parte nostra, in Regione Lombardia prenderemo ogni iniziativa utile, insieme a tutte le forze disponibili, perché nelle strutture sanitarie lombarde venga rispettato e garantito il diritto alla libera scelta delle donne.
In questo senso, chiediamo all’Assessore alla Sanità Bresciani e al Presidente Formigoni di non trasformare la vicenda della Ru486 nell’ennesima guerra ideologica combattuta sul corpo delle donne, ma di chiarire sin d’ora quali iniziative intendono prendere, o non prendere, affinché la libertà di scelta delle donne venga resa effettiva nelle strutture sanitarie lombarde.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 27/05/2009, in Diritti, linkato 874 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto del 27 maggio 2009 (pag. Milano)
 
“Non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere”. Così diceva Voltaire, il quale pensava che il grado di civiltà di una nazione si specchiasse nelle sue carceri e non nei suoi palazzi. E se questo è il metro di misura, allora nel paese del “va tutto bene” del premier e dell’ossessione “sicurezza” delle destre, e non solo, siamo messi proprio male. Almeno questo è quanto emerge dalla nostra visita di ieri al carcere milanese di San Vittore.
Nella casa circondariale di via Filangeri dovrebbero starci non più di 930 detenuti, secondo le regole stabilite dal Ministero, nonché dal buon senso. Invece, ce ne stanno 1447, stipati anche in sei in delle celle da due, uno sopra l’altro con le brande a castello. Cioè, spazi ristrettissimi che si trasformano in piccoli inferni quando si scatena il caldo, come in questi ultimi giorni.
Ma mentre i detenuti sono in condizioni di sovraffollamento estremo, il personale della polizia penitenziaria si trova in una situazione diametralmente opposta. Cioè, qui mancano all’appello ben 260 agenti rispetto a quanto prevede l’organico necessario per il normale funzionamento.
In altre parole, troppi detenuti e troppo pochi agenti. Un mix micidiale di per sé, ma ancora più preoccupante se consideriamo la complessità della popolazione carceraria di San Vittore, che conferma la natura di “discarica sociale” delle carceri italiane, denunciata ripetutamente da più parti. Il 61% sono stranieri, provenienti anzitutto dai paesi del Maghreb e dell’Est europeo, il 27% dei detenuti è rappresentato da tossicodipendenti accertati e quelli con necessità di assistenza psichiatrica sono in gran numero.
E come se non bastasse, il disinteresse governativo per lo stato delle carceri e i relativi tagli di bilancio hanno fatto sì che persino la manutenzione ordinaria sia diventata un’impresa. Come si spiega altrimenti che degli agenti di custodia debbano ricorrere alla buona volontà e, soprattutto, alle donazioni volontarie per poter reperire due secchi di vernice per imbiancare una cella un po’ malmessa?
Insomma, se San Vittore non esplode o implode, questo si spiega soltanto con le professionalità ed esperienze interne accumulate, con il contributo dei volontari che vi lavorano e con la presenza di diversi progetti. A quest’ultimo proposito va segnalato senz’altro il centro diurno rivolto ai detenuti con problemi psichiatrici, in funzione da un anno e gestito dalle associazioni A&I e Arci, i cui risultati positivi sono confermati da tutti i soggetti interpellati, nonché da quello che abbiamo potuto vedere e sentire.
San Vittore ha sicuramente la sua storia, la sua età e le sue particolarità, ma molti dei suoi problemi non sono un’eccezione. Anzi, in un modo o nell’altro, questi si riscontrano in quasi tutte le carceri lombarde, dal sovraffollamento alla mancanza di personale, passando dalla cronica mancanza di fondi.
Ma, appunto, qui torniamo alla vecchia riflessione di Voltaire e alla molto più moderna contraddizione tra le chiacchiere elettorali sulla “sicurezza” e sull’”efficienza” e la realtà dei fatti.
 
 
Che il degrado morale della politica italiana abbia raggiunto livelli di guardia lo sapevamo, ma quanto accaduto oggi in Consiglio regionale, con la bocciatura della mozione contro l’omofobia, riesce a superare anche le più fosche previsioni: è sconcertante e disgustoso, un vero oltraggio ai lombardi e all’istituzione.
Non solo la mozione, presentata da dieci consiglieri dell’opposizione (Muhlbauer, Squassina O., Agostinelli, Civati, Valmaggi, Oriani, Storti, Monguzzi, Concordati, Sarfatti), è rimasta nel cassetto per oltre tre anni prima di giungere in Aula, ma oggi la maggioranza ha accompagnato il suo voto negativo con l’insulto contro i cittadini e le cittadine non eterosessuali.
E così, il capogruppo della Lega ha definito la mozione un “colpo di culo”, dopo aver dichiarato che lui era contrario “a celebrare l’omosessualità come una non-malattia mentale”, mentre il capogruppo del Pdl ha chiarito come la nostra disponibilità a modificare il testo fosse del tutto inutile, poiché comunque avrebbero votato contro.
Eppure la mozione chiedeva soltanto che Regione Lombardia aderisse alla Giornata internazionale contro l’omofobia del 17 maggio e che chiedesse al Parlamento italiano di fare altrettanto, come segno concreto e tangibile dell’impegno istituzionale contro ogni discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale.
Cioè, si chiedeva al Consiglio regionale di fare né più né meno di quanto già fatto dal Parlamento europeo, da decine di Paesi e da diverse Regioni e Comuni italiani.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
Oggi alle ore 16.00 a Legnano i militanti della sinistra locale –Prc, Sd, PdCI, Verdi- distribuiranno dei volantini ai cittadini nella centrale piazza San Magno. Una perfetta non-notizia, direte, visto che cose del genere accadano ogni giorno in ogni angolo del nostro paese e della nostra regione. Invece no, la notizia c’è, perché a Legnano il Sindaco Lorenzo Vitali ha deciso di imporre ai suoi cittadini l’obbligo dell’autorizzazione preventiva e il pagamento di una tassa, nonché il divieto assoluto di volantinare in alcuni luoghi, tra cui anche piazza San Magno.
La vicenda sembra incredibile, ma è vera. I primi ad accorgersi della novità erano stati due aderenti a Sinistra Democratica, cacciati da una pubblica piazza da agenti della Polizia Locale, perché stavano volantinando senza autorizzazione. Lo stesso Sindaco, interrogato in Consiglio Comunale, ha poi confermato che il regolamento comunale per la disciplina della pubblicità andava applicata a ogni forma di comunicazione mediante volantino. Cioè, dal volantino politico fino a quello prodotto dal ragazzino alla ricerca del suo gattino scappato da casa.
Quindi, secondo il Sindaco Vitali, il cui partito, ironia della sorte, si chiama Popolo della Libertà, chiunque intenda distribuire anche un solo volantino deve fare preventiva “denuncia di diffusione volantini” all’Amga Legnano S.p.A., società multiservizi controllata dal Comune, e seguire la seguente procedura: depositare e far timbrare l’originale del volantino, indicare il numero esatto delle persone incaricate della distribuzione e pagare una tassa. Se l’Amga ritiene che quanto scritto nel volantino possa violare delle norme, allora potrà negare l’autorizzazione.
Insomma, la civilissima città di Legnano, appartenente alla Repubblica Italiana, si scopre improvvisamente proiettata in altri tempi e in altri luoghi, dove non vige più la Costituzione, né la legge. Infatti, l’articolo 21 della nostra carta costituzionale parla chiaro: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Tanto è vero che la legge, l’unica fonte normativa legittimata a disciplinare l’esercizio di tale diritto fondamentale dei cittadini, impone unicamente l’obbligo di scrivere sui volantini la data e il luogo della stampa.
L’applicazione del regolamento comunale sulla pubblicità commerciale a volantini di carattere politico o sociale è pertanto un grave e palese atto illegale e chiediamo quindi che venga rimosso immediatamente.
Se ciò non dovesse accadere e al fine di ristabilire il rispetto della legalità, chiederemo il doveroso intervento da parte del Prefetto di Milano.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
 
di lucmu (del 27/03/2008, in Diritti, linkato 357 volte)
La Corte d’Appello di Filadelfia (Usa) ha annullato la condanna a morte contro Mumia Abu-Jamal, l’attivista e giornalista afroamericano detenuto da 26 anni nel braccio della morte.
Mumia, ex militante dei Black Panthers, era stato condannato a morte perché accusato dell’omicidio di un agente di polizia di Filadelfia. Mumia si era sempre professato innocente e il processo era a dir poco costellato di irregolarità, ma in tutti questi anni non è stato possibile arrivare a una revisione, nonostante le molteplici campagne internazionali.
La decisione della corte di Filadelfia, che di fatto commuta la pena di morte in ergastolo, a meno che l’accusa non riapra nuovamente il processo, non fa certo giustizia, ma almeno apre uno spiraglio di speranza.
 
 
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