Blog di Luciano Muhlbauer
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Pochi giorni fa la Corte d’Appello di Genova ha pubblicato le motivazioni della sentenza del 18 maggio scorso, con la quale, in sede di giudizio di secondo grado, sono stati condannati diversi alti funzionari delle forze dell’ordine per le violenze commesse alla scuola Diaz, a Genova, il 21 luglio del 2001.
Cliccando sull’icona in fondo a questo testo puoi scaricare la versione integrale delle motivazioni. È un documento corposo, lungo ben 313 pagine, ma vale la pena darci un’occhiata, poiché ribadisce con forza anche in sede giudiziaria quello che in fondo sappiamo da sempre. Cioè, che l’infame massacro della Diaz era conseguenza diretta degli ordini ricevuti da Roma.
Consiglio, in particolare, la lettura di un passaggio che trovate a pagina 299 e che suona così:
 
La Corte, nella valutazione complessiva dei fatti, ritiene di non obliterare la circostanza, emersa chiaramente in causa fin dalle prime emergenze e confermata nell’ulteriore corso processuale, secondo la quale l’origine di tutta la vicenda è individuabile nella esplicita richiesta da parte del Capo della Polizia di riscattare l’immagine del corpo e di procedere a tal fine ad arresti, richiesta concretamente rafforzata dall’invio da Roma a Genova di alte personalità di sua fiducia ai vertici della Polizia che di fatto hanno scalzato i funzionari genovesi dalla gestione dell’ordine pubblico. Certo tale pressione psicologica non giustifica in nulla la commissione dei reati né l’eventuale malinteso spirito di corpo che ha caratterizzato anche successivamente la scarsa collaborazione con l’ufficio di Procura (riconosciuta anche dal Tribunale), ma consente, nell’ambito dell’ampio divario fra le misure edittali della pena, di optare per la quantificazione della pena base nel minimo.”
 
Detto in italiano più corrente: l’ordine venne dall’allora Capo della Polizia, Gianni De Gennaro, e successivamente ci furono pure depistaggi e insabbiamenti. Insomma,  esattamente quello che il movimento sostiene da nove anni, ma che i vari Governi succedutisi da allora anni hanno sempre negato, garantendo anzi protezioni e promozioni ai responsabili delle violenze.
Buona lettura!
 
clicca sull’icona qui sotto per scaricare la motivazione e il dispositivo (1,6 Mb):
 

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Se non intervengono fatti nuovi, nel giro di due-tre mesi alla Maflow di Trezzano s/N (MI) oltre 250 lavoratori e lavoratrici finiranno sul lastrico, senza più posto di lavoro, disoccupati. Ecco perché oggi non è più tempo di chiacchiere, ma di fatti concreti.
E lo diciamo al governo regionale e, in particolare, all’Assessore al Lavoro, Rossoni (Pdl), che stamattina ha ricevuto una delegazione di lavoratori della Maflow, e all’Assessore all’Industria, nonché Vicepresidente regionale, Gibelli (Lega), che invece non ha partecipato all’incontro.
Ci permettiamo di dirlo perché non è certo la prima volta che si parla di Maflow in Regione Lombardia, anzi. L’assessore Rossoni aveva incontrato diverse volte lavoratori e sindacati, prendendo anche degli impegni, come quello, dell’8 marzo scorso, di intervenire non soltanto sull’allora Ministro Scajola, ma persino sul Commissario europeo all’industria,Tajani.
Ma belle parole e solenni impegni erano arrivati anche da un importante esponente della Lega, Salvini, che chiamò persino al boicottaggio della Bmw, visto che la Maflow di Trezzano è in crisi a causa del taglio delle commesse da parte della società tedesca, in seguito alle pressioni politiche da parte del governo Merkel.
Peccato però che alle parole di Salvini non siano mai seguiti i fatti e che i componenti della Giunta regionale, compreso il Presidente, continuino a girare tranquillamente con le autoblu fornite proprio dalla Bmw. Anzi, in occasione della question time del 3 febbraio scorso, quando noi sollevammo il problema dei rapporti privilegiati con la Bmw, il rappresentante della Giunta ci ripose con un imbarazzante silenzio.
Comunque sia, ora siamo arrivati al dunque. Dopo un anno di amministrazione straordinaria tutto il gruppo Maflow, presente in diversi paesi, è stato messo all’asta e ora sta per essere venduto alla società polacca Boryszew S.A.. Secondo le previsioni dei commissari straordinari, la procedura di vendita di concluderà entro la fine del mese di settembre.
Ebbene, sui 330 lavoratori e lavoratrici dello stabilimento di Trezzano, in gran parte lontanissimi dall’età pensionabile, l’acquirente polacco è disposto a tenerne soltanto 58, garantendone il posto di lavoro per due anni. Poi si vedrà.
Insomma, un livello occupazionale bassissimo e un piano industriale alquanto fumoso.
In altre parole, se non c’è un’attivazione reale delle istituzioni, rimaste finora alla finestra, tesa a favorire il rientro di almeno una parte delle commesse della Bmw, marciamo diritti verso un disastro occupazionale.
E questo, per quanto riguarda Regione Lombardia, significa non disertare gli incontri che si tengono al Ministero dello Sviluppo Economico, com’è avvenuto martedì scorso, e soprattutto utilizzare finalmente i ben consolidati rapporti con Bmw Italia.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
cliccando sull’icona qui sotto puoi scaricare la comunicazione ufficiale relativa alla vendita alla Boryszew S.A., inviata il 20 luglio scorso dai Commissari straordinari alle rappresentanze sindacali dei lavoratori e delle lavoratrici degli stabilimenti Maflow di Trezzano s/N e di Ascoli Piceno
 

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di lucmu (del 26/07/2010, in Politica, linkato 787 volte)
Le forze dell’ordine, nell’ambito dell’inchiesta condotta dal Pm Frank Di Maio, hanno sequestrato due discoteche milanesi (Hollywood e The Club), indagato 19 persone ed effettuato cinque arresti, tra cui due funzionari del Comune di Milano. I reati contestati vanno dal giro di coca in appositi spazi all’interno dei locali, destinati a vip e imprenditori, fino alla corruzione (licenze facili, assenza di controlli) da parte dei funzionari pubblici.
Insomma, il Sindaco e il suo vice, se da una parte impongono il coprifuoco ai locali delle periferie, se la prendono con i giovani che si bevono una birra all’aperto e chiedono lo scalpo dei centri sociali o finanche di qualche circolo Arci, dall’altra sembrano invece assolutamente disinteressati rispetto a quello che succede nelle discoteche di tendenza e, soprattutto, negli uffici comunali che dovrebbero fare i controlli.
 
Qui di seguito il nostro comunicato stampa:
 
IL SINDACO È COLPEVOLE DI NEGLIGENZA
 
Il meno che si possa dire è che il Sindaco e la sua Giunta sono colpevoli di negligenza. C’è infatti da chiedersi cosa abbiano fatto gli amministratori milanesi negli ultimi 12 mesi per garantire il ripristino di un minimo di trasparenza e legalità.
Infatti, era esattamente un anno fa, nel luglio del 2009 per la precisione, quando diversi funzionari del Comune, compreso l’allora Comandante della Polizia Locale, Bezzon, poi dimessosi, finirono indagati per un giro di tangenti finalizzato a favorire alcune discoteche di tendenza, facilitando il rilascio delle licenze ed evitando i successivi controlli.
Gli odierni arresti ed indagini sembrano una fotocopia di allora, con l’unica aggiunta del giro di droga in alcune discoteche. Persino uno degli arrestati di oggi, Rodolfo Citterio, presidente del Sindacato dei locali da ballo (Silb) e componente della Commissione comunale di vigilanza, è un nome noto dell’anno scorso, visto che era già stato inquisito allora, peraltro per gli stessi reati.
Insomma, sembra sia passato un giorno e non un anno da quel luglio del 2009. E nel frattempo che cosa hanno fatto Sindaco, Vicesindaco e assessori competenti?
Riteniamo sia doveroso che qualcuno fornisca una spiegazione di questo negligente immobilismo e, soprattutto, che tragga le necessarie conseguenze.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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di lucmu (del 23/07/2010, in Lavoro, linkato 741 volte)
A me avevano insegnato che le bugie non si dicono. Il signore Marchionne, invece, di bugie ne dice parecchie. L’ultima suona più o meno così: la nuova monovolume della Fiat non verrà più prodotta a Mirafiori, ma in Serbia, perché in Italia i sindacati sono “poco seri” e perché c’è stato “il problema Pomigliano”.
La panzana è palese e soltanto l’ipocrisia e la complicità di tanti, troppi può farla apparire come una cosa reale. Mica si improvvisa uno stabilimento con tanto di accordi con uno Stato sovrano nel giro di qualche settimana. Costruire fabbriche e produrre automobili è cosa ben diversa dallo spostare una bancarella da un mercato rionale all’altro.
No, quella decisione era maturata assai prima di Pomigliano e la Fiom e i Cobas c’entrano nulla. C’entra invece il fatto che in Serbia un operaio prende soltanto 400 euro mensili e, soprattutto, che la Fiat viene letteralmente inondata da favori e denari pubblici per lo stabilimento di Kragujevac: 400 mln di euro di finanziamento vengono dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), 250 mln di euro li ha messi il governo serbo e la Fiat non pagherà le tasse per dieci anni.
In altre parole, Marchionne aveva detto delle bugie anche prima, quando diceva che i nuovi modelli sarebbero andati a Mirafiori, mentre aveva già in tasca gli accordi con il governo serbo.
Insomma, il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E il vizio della Fiat si chiama finanziamento pubblico, oggi come ai bei tempi andati, quando lo Stato italiano le regalò persino l’Alfa. Vuoi vedere che anche tutte le chiacchiere sul mercato sono una bugia?
A difesa di Marchionne, va tuttavia detto che lui non è l’unico a comportarsi così. Quello di portare la produzione all’estero è, infatti, un abitudine piuttosto diffusa, così come la tendenza dei paesi economicamente più deboli di concedere agevolazioni di ogni tipo pur di attirare investimenti esteri.
Non succede soltanto in Serbia, ma un po’ dappertutto. Per esempio, nella vicina Tunisia, dove il salario mensile medio si colloca tra 125 e 200 euro, il governo offre alle imprese che producono per l’export l’esenzione totale dal pagamento delle tasse e dell’Iva per dieci anni. Risultato? L’Italia è il secondo investitore dopo la Francia e attualmente oltre 700 aziende italiane producono in Tunisia, dal tessile fino alla meccanica.
Avrà pensato a questo il nostro caro Ministro Sacconi, quando teorizzava sul Mediterraneo come nuova economia emergente su cui puntare?
Insomma, è la globalizzazione bellezza, l’altra grande bugia del nostro tempo. Dicevano che avrebbe diffuso il benessere, invece sta generalizzando il ricatto sociale. Vuoi lavorare? Allora accetta le mie condizioni e senza fiatare.
Marchionne dice che i sindacati in Italia sono poco seri. Callieri, ex capo del personale della Fiat, oggi sul Corsera aggiunge: “Il modello va cambiato. Confido nei nuovi vertici sindacali (della Cgil, nda) e in particolare in Susanna Camusso”.
Insomma, dicono: eliminate la Fiom e così salverete i posti di lavoro in Italia. È una bugia grossa come una casa anche questa, come le altre, perché i nuovi modelli li fanno in Serbia a prescindere e la chiusura di Termini Imerese è in programma comunque.
Anzi, vogliono il silenzio dei lavoratori per potersi fare gli affari loro più in fretta e senza che qualcuno sveli le loro bugie.
 
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di lucmu (del 21/07/2010, in Politica, linkato 691 volte)
Articolo di Luciano Muhlbauer, pubblicato sul quotidiano online Paneacqua.eu il 21 luglio 2010
 
Nella giornata di ieri il Gip Fabrizio D’Arcangelo ha disposto il sequestro preventivo dell’area che ospita il mega-cantiere di Santa Giulia, a Milano. I reati ipotizzati sono pesantissimi e comprendono anche quello di avvelenamento delle acque, per il quale è prevista la reclusione fino a 15 anni.
Dopo le inchieste sulla ‘ndrangheta e sulla P3, vola così un’ulteriore tegola sulla testa della classe dirigente milanese e lombarda del centrodestra. Ebbene sì, perché anche in questo caso la politica e le istituzioni c’entrano. E parecchio. Ma andiamo con ordine.
Una volta, ai tempi della Milano che produceva, nella zona sud-est della città c’erano uno stabilimento chimico della Montedison e le acciaierie Redaelli. Poi arrivò la deindustrializzazione, la chiusura delle attività produttive e le aree delle due aziende, ben 1,2 mln di metri quadrati, divennero disponibili per quello che ormai è il core business della città: il mattone.
Fu così che nacque il progetto del nuovo quartiere residenziale Santa Giulia, annunciato come “il nuovo centro di Milano” ed esibito da Sindaco e Presidente della Regione come esempio di eccellenza lombarda. Comunque, un affare da 1,6 miliardi di euro, gestito dall’immobiliarista Zunino, nel frattempo fallito. La necessaria bonifica dell’area, visto che c’era un impianto chimico prima, fu affidata a Giuseppe Grossi, conosciuto anche come “re delle bonifiche” e intimo dell’entourage di Roberto Formigoni.
Inoltre, va aggiunto che una parte del progetto è già realizzato e che nel nuovo quartiere vivono 1.887 famiglie, che oggi sono molto preoccupate e incazzate. E giustamente, visto che secondo l’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente, due delle tre falde acquifere sottostanti risultano inquinate da sostanze cancerogene, presenti con valori superiori anche di cento volte rispetto ai limiti massimi previsti dalla legge. E questo, semplicemente perché la bonifica affidata a Grossi non è mai stata fatta!
Che le cose dalle parti di Santa Giulia puzzassero, i magistrati l’avevano scoperto già un anno fa. Infatti, Grossi finì in galera nell’ottobre dell’anno scorso, ma per reati legati alla frode fiscale. Ed è stato grazie a quella inchiesta che i magistrati hanno ora scoperto la vera dimensione dell’opera criminosa.
Ma diciamolo direttamente con le parole di Grossi, rese pubbliche dai magistrati: “Se si fosse fatta una bonifica si sarebbero dovuti spendere 400-500 milioni di euro e forse non sarebbero nemmeno bastati. Per rendere gli investimenti convenienti … è necessario che ci sia un ritorno economico finanziario”. Chiaro? Non si è fatta la bonifica perché altrimenti non ci si guadagnava abbastanza e della salute delle persone chi se ne frega.
Ma se possiamo accettare che l’esistenza di personaggi come Grossi sia un fatto fisiologico dell’umanità, altrettanto non si può dire del ruolo e del comportamento di chi esercita una funzione pubblica. Infatti, lo stesso giudice D’Arcangelo parla oggi di “numerose anomalie sul piano procedimentale-amministrativo”.
Un esempio? Il Comune di Milano, in tempi recenti, cioè il 15 gennaio 2009, aveva dato parere favorevole all’analisi di rischio sull’area, perché riteneva “ottemperati gli obblighi” in merito agli “obiettivi di qualità compatibili con la tutela della salute umana e dell’ambiente”. In altre parole, le autorità locali che dovevano controllare, evidentemente non hanno controllato un bel niente.
Ma non è soltanto questione di un sistema di controllo assolutamente inefficace, per dirla così, ma c’è qualcosa di più. Beninteso, noi non facciamo i magistrati e attendiamo l’esito del loro lavoro, che pensiamo produrrà ancora molto fatti. Tuttavia non possiamo certo esimerci dal ribadire la nostra denuncia pubblica, non certo nuova, per quanto ci riguarda, relativa al groviglio di interessi, affari e relazioni tra Grossi e ambienti politici, specie regionali.
Insomma, l’anno scorso non arrestarono soltanto Grossi, ma insieme a lui finì in carcere anche Rosanna Gariboldi, assessore provinciale del Pdl a Pavia, ma soprattutto moglie di Giancarlo Abelli, oggi parlamentare Pdl, ma fino al 2008 assessore regionale lombardo e, soprattutto, signore delle nomine nella Sanità per conto di Comunione e Liberazione. Ebbene, la Gariboldi, accusata di riciclaggio (dei soldi di Grossi), patteggiò la pena, cioè si riconobbe colpevole.
Inoltre, tra i personaggi della politica pavese che maggiormente si prodigarono per lady Abelli, quando questa era in carcere, troviamo un tal Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell’Asl di Pavia. Nulla di strano si direbbe, visto che il marito della Gariboldi era quello che decideva le nomine nella Sanità - e quindi anche quella di Chiriaco -, se non fosse che stiamo parlando del Chiriaco arrestato di recente per ‘ndrangheta e accusato dagli inquirenti, tra tante altre cose, di aver contrattato con i boss la raccolta di voti di preferenza per Abelli in occasione delle ultime elezioni regionali.
Ma Giancarlo Abelli - che disponeva di un suo ufficio al Pirellone e dell’autoblu di Formigoni anche dopo il 2008 - non è l’unico elemento di collegamento tra l’affaire Santa Giulia e il governo regionale. Ricordiamo che dall’inchiesta su Grossi dell’anno scorso nacque un filone d’indagine che sta inguaiando non poco l’allora assessore regionale all’Ambiente, il brianzolo Ponzoni. E non a caso, perché Ponzoni, oltre a fare l’assessore, si faceva anche gli affari suoi. Cioè, nella fattispecie, era socio in affari della Gariboldi.
E, dulcis in fundo, l’habitué Ponzoni, nel frattempo rieletto in Consiglio regionale nelle liste del Pdl e poi nominato nell’Ufficio di Presidenza dell’assemblea legislativa, è finito anche nella recentissima inchiesta sulla ‘ndrangheta, tra il “capitale sociale” dell’organizzazione criminale, per usare il linguaggio dei magistrati.
Ma, per non fare torto a nessuno, dobbiamo ricordare che Ponzoni non è l’unico che compare nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta, ma che ci sono anche altri politici del centrodestra recentemente eletti in Consiglio regionale: il consigliere pavese della Lega Nord, Angelo Ciocca, e quello del Pdl, Giuseppe Angelo Giammario.
Insomma, una bella montagna di letame, che ci fa però capire che alcuni nodi, forse, stanno venendo al pettine. Dopo due decenni di dominio assoluto a Milano e in Lombardia, si stanno aprendo delle crepe nel castello di menzogne e impunità del centrodestra.
Ma come sempre, non bastano le loro crepe e nemmeno il buon lavoro della magistratura, che non può e che non deve sostituire la politica. Occorre una credibile alternativa politica, che allo stato ancora non c’è.
In questi anni, troppi sono stati i silenzi, le subalternità e le complicità. E questo rende anche le parole di indignazione spesso poco credibili per una cittadinanza milanese stretta tra l’attuale crisi e i guasti di anni di cultura della paura e del rancore, ma oggi sempre di più disorientata e disgustata.
Ma questo è un discorso più lungo, non per questo articolo, sebbene terribilmente urgente, perché tra meno di un anno a Milano si vota. E quello che sta accadendo a Santa Giulia c’entra, eccome.
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Oggi sono nove anni esatti dal giorno in cui un proiettile esploso dalle forze dell’ordine rubò la vita a Carlo Giuliani.
Il luogo era Genova, piazza Alimonda per la precisione, e il contesto le manifestazioni contro il G8 del 2001.
Il 20 luglio era il giorno in cui la sospensione dello stato diritto e la feroce repressione del dissenso, preparata da tempo dal Governo e dai vertici delle forze dell’ordine, prese corpo, si fece materia, si trasformò in violenza e sangue.
Quella mattina a Genova scesi in piazza con animo inquieto, perché sapevamo del clima che si stava costruendo nelle caserme e nelle questure e perché le settimane precedenti erano state segnate da un crescendo di provocazioni e minacce.
Avevamo persino chiesto, in occasione dell’incontro tenutosi alla fine di giugno a Roma, presso la Farnesina, tra la delegazione del Genoa Social Forum (Gsf) e quella del Governo, che le forze dell’ordine in servizio di piazza durante il G8 fossero disarmate. Infatti, c’era stato il precedente delle contestazioni di Goteborg, dove la polizia della civile Svezia sparò sui manifestanti.
E mi ricordo, come se fosse ieri, le parole pronunciate da Gianni De Gennaro, allora Capo della Polizia, che con un sorriso tra il rassicurante e il beffardo ci ripose che non ce n’era bisogno, perché “finché ci sono io, mai e poi mai la polizia italiana userà le armi da fuoco in una manifestazione”.
Ovviamente, non ci eravamo fidati delle sue parole, ma dall’altra parte la manifestazione del 19 luglio, dedicata alla solidarietà con i migranti, era andata bene. C’era tanta gente e nessun intervento repressivo o incidente. E anche le manifestazioni del 20 luglio, con le sue “piazze tematiche” e il suo assedio della zona rossa, in fondo erano state autorizzate dalla Questura. Ebbene sì, perché bisogna sempre ricordarlo, tutte quelle iniziative erano state comunicate con largo anticipo alla Questura di Genova e quest’ultima non aveva preso alcun provvedimento ostativo!
Ma, appunto, quel 20 luglio tutto cambiò.
Io stavo con il mio sindacato, il SinCobas e la Confederazione Cobas, impegnati allora in un complesso –e poi infruttuoso- tentativo di unificazione, e con la rete Network per i diritti globali, che comprendeva anche il grosso dei centri sociali, esclusi i Disobbedienti.
Insomma, per farla breve, la nostra “piazza tematica”, cioè il nostro punto di assedio alla zona rossa, era in piazza Paolo da Novi. Ma non saremmo mai riusciti a fare quello che era in programma.
Era mattina, stavo raggiungendo il punto di concentramento, ma la piazza di fatto era già occupata da un nutrito gruppo di black block e accerchiata da ingenti forze di polizia e carabinieri.
Quello che successe dopo aveva dell’allucinante. I black erano lì da tempo e in santa pace avevano preparato le loro molotov, nel disinteresse totale delle forze dell’ordine, ma non appena i manifestanti del Network presenti in piazza raggiunsero un certo numero, iniziò l’aggressione da parte di polizia e carabinieri in assetto antisommossa.
Non c’era nulla da fare, non potevamo aspettare il grosso dei manifestanti, eravamo praticamente chiusi in piazza e così improvvisammo un corteo per uscire e allontanarci in direzione mare.
Ce la facemmo, dopo qualche ora, grazie a un minimo di organizzazione e l’esperienza di alcuni. Eravamo fuori, salvi, senza troppe teste spaccate.
Ma la mattina era soltanto l’inizio, purtroppo. Si erano poi messi a manganellare persino gli iper-pacifici presidi di Attac e dei lillipuziani. Infine, il pomeriggio, arrivò il corteo dei Disobbedienti. Carlo si trovava lì.
Quel corteo fu attaccato dalle forze dell’ordine sul percorso autorizzato, in via Tolemaide, e fu aggredito con violenza estrema. Tra i tanti punti di scontro c’era anche piazza Alimonda. Lì, uno sparo proveniente da un mezzo dei carabinieri, un Defender, ammazzò Carlo Giuliani.
In quel momento, io mi trovavo in zona piazzale Kennedy, insieme a moltissima gente, proveniente da diverse piazze tematiche della giornata. C’era agitazione, disorientamento, rabbia. E poi arrivarono le prime notizie, cioè che la polizia avrebbe ucciso un manifestante, anzi forse addirittura due o tre.
Alla fine si capì che era uno e che si chiamava Carlo.
Ma potevano essere di più, va detto, per non dimenticarlo, perché in quel giorno in diversi luoghi di Genova le forze dell’ordine usarono le armi da fuoco.
Un ragazzo ucciso! Non volevamo crederci e la rabbia montava. Molti lì in piazza, dove mi trovavo io, volevano partire per un corteo spontaneo, altri gridavano, altri ancora avevano paura o semplicemente non sapevano che fare. Allora improvvisammo un’assemblea, per tenere ferma la gente, per parlare, per cercare di gestire la situazione. Quel giorno feci diverse assemblee in diversi luoghi.
Si discusse anche del corteo del giorno dopo, del 21 luglio, se confermarlo o se rinunciare. In realtà, pochissimi nel Gsf dicevano di non farlo. E anche dalle città giungeva notizia che la gente voleva partire lo stesso per Genova, anzi forse più di prima. L’indignazione era più forte della paura.
Mi ricordo di Tom Benetollo, il compianto Presidente dell’Arci. Alcuni, di quelli che erano impegnati a “prendere le distanze” dai manifestanti di Genova, invece che dalla violenza repressiva, pensavano che egli avrebbe ritirato la sua organizzazione dalla manifestazione del 21, rompendo così l’unità del Gsf. Ma si sbagliarono di grosso, perché Tom fece il contrario. Nel suo caso, infatti, all’indignazione per la repressione e l’omicidio di Carlo si aggiunse anche la statura politica e morale, nonché la capacità di leggere la gravità dell’accaduto.
Quello che successe poi il 21 luglio lo sanno tutti e tutte. Un enorme corteo aggredito con violenza e disperso a suon di botte e sangue. Poi le torture di Bolzaneto e la sera l’infame massacro della Diaz.
In questi ultimi mesi alcune verità hanno trovato la via per emergere anche nelle aule dei tribunali: Bolzaneto, Diaz, il ruolo di altri dirigenti della Polizia di Stato, compreso De Gennaro. Ma tutti sono ancora al loro posto, anzi, nel frattempo erano stati pure promossi. Nemmeno una sospensione temporanea, in nome della decenza. No, niente, nulla, nada.
La loro impunità e il castello di complicità, persino bipartisan, che protegge la cricca di Genova è la miglior prova che la sospensione dello stato di diritto praticato nelle giornate del 20 e del 21 luglio 2001 non fosse un incidente di percorso, ma una decisione assunta ai massimi livelli dello Stato.
E poi, ci sono delle verità che non hanno nemmeno visto l’ombra di un tribunale. Fatti e dolori ai quali in nove anni non è stato concesso nemmeno la dignità di poter vedere un processo regolare. No, niente processo per l’omicidio di Carlo Giuliani.
Oggi, non c’è nemmeno certezza su chi abbia premuto il grilletto su quel Difender. Il carabiniere di leva Mario Placanica è colui che di solito viene indicato come il responsabile, ma in realtà non c’è la certezza e ci sono dei dubbi.
Lo Stato ha assassinato Carlo e non c’è nemmeno un processo.
Carlo è troppo ingombrante, perché riassume l’essenza di quello che accadde in quei giorni a Genova: la voglia di vita e di futuro di decine di migliaia di ragazzi e ragazze e la violenza senza freni di uno Stato schierato a difendere con ogni mezzo gli interessi e i privilegi di pochi.
Oggi pomeriggio sarò in piazza Alimonda, come tutti gli anni. Dall’altra parte, non saprei in che altro luogo stare il 20 luglio, non dopo il 2001. Ci sarò con la memoria di quei giorni, che mi hanno segnato più di quanto solitamente ammetto, e soprattutto con la convinzione che il rispetto della memoria è imprescindibile per poter sognare il futuro.
 
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Il peggior Sindaco che la città di Rho abbia mai avuto, il ciellino Roberto Zucchetti, ha un disperato bisogno di risollevare la sua malmessa immagine e di far dimenticare le sue magagne e il suo fallimento amministrativo.
Questa e non altro è la spiegazione della campagna di accuse e provocazioni tesa ad imporre al Prefetto di Milano la decisione dello sgombero del centro sociale Sos Fornace.
E pur di ottenere il suo obiettivo, Zucchetti non esita nemmeno ad oltrepassare il confine della decenza, dichiarando pubblicamente “se qualche cittadino arrabbiato … prende una tanica di benzina e dà fuoco, è solo colpa delle istituzioni”.
Un’indecenza che rasenta l’istigazione a delinquere, peraltro in un territorio talmente segnato dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta che quattro militari della locale stazione dei Carabinieri risultano indagati per concorso in associazione mafiosa.
Zucchetti vuole uno sgombero il cui unico beneficiario sarebbe lui stesso, considerato che en passant eliminerebbe anche dei fastidiosi oppositori politici.
Infatti, in questi anni, i ragazzi e le ragazze della Fornace hanno puntualmente denunciato i suoi affari e le sue incompetenze, dalla vicenda della soppressione dei treni pendolari fino al conflitto di interessi, per essere gentili, in occasione del varo del Pgt in giunta comunale.
Da parte mia, ribadisco la mia completa solidarietà ai ragazzi e alle ragazze della Fornace di Rho e auspico che il Prefetto voglia riconfermare il suo ruolo istituzionale, rimandando al mittente le indebite pressioni di Zucchetti.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
IMPORTANTE:
per discutere delle minacce di sgombero e sul che fare, la Fornace ha convocato per stasera un’assemblea a livello metropolitano. Ecco le coordinate:
lunedì 19 luglio - ore 21:00
ASSEMBLA METROPOLITANA
via San Martino 20 – Rho
 
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Esprimo la mia totale ed incondizionata solidarietà alla Fiom e agli operai della Fiat che oggi scioperano per quattro ore in tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat, per esigere il ritiro dei quattro licenziamenti politici, tre a Melfi e uno a Torino, e il rispetto degli accordi aziendali.
Quanto sta avvenendo in Fiat, da Pomigliano in poi, non è una questione aziendale, bensì una questione generale. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi a riguardo, sarebbe sufficiente guardare al tifo da stadio che si è scatenato a favore della guerra di Marchionne da parte del Governo, di Confindustria e finanche dei lacchè delle segreterie di Cisl e Uil.
Oggi, come fu una volta, quello che accade in Fiat è destinato a fare scuola nel paese. Peraltro, anche Marchionne fa come una volta e, dismesso l’elegante abito liberal, ripropone il più antico e solido dei principi padronali: cioè, “qui comando io e se non ti piace ti licenzio”.
Nei quattro licenziamenti imposti dalla Fiat non c’è nemmeno l’ombra della giusta causa. L’impiegato di Mirafiori ha fatto quello che qualsiasi impiegato in giro per l’Italia e il mondo fa abitualmente, cioè ha mandato un po’ di mail ai colleghi di lavoro per mezzo della rete aziendale. Ma lo ha fatto con il testo degli operai dello stabilimento polacco della Fiat.
I tre licenziati di Melfi, invece, sono accusati di sabotaggio, semplicemente perché avevano scioperato. Insomma, se scioperi sei un sabotatore e quindi vai licenziato. In fondo, lo stesso principio introdotto nel contratto della vergogna di Pomigliano.
Quattro classici licenziamenti politici, come si faceva una volta, che non sembrano scandalizzare i tifosi di Marchionne. Così come non scandalizzano nemmeno altre cose che succedono contestualmente in Fiat, come il taglio del salario accessorio o il fatto che si manda una parte degli operai in cassa integrazione, mentre a quelli rimasti si chiede un aumento dei ritmi di lavoro, affinché non diminuisca il volume di produzione.
No, la partita è generale. Si tratta di ristabilire il comando assoluto del padrone, in Fiat e dappertutto. E quindi bisogna anzitutto spezzare e disarticolare quei sindacati, in primis la Fiom, che fanno ancora il loro mestiere, che sarebbe quello di rappresentare gli interessi dei lavoratori e non di compartecipare ai buffet nel sottobosco governativo e confindustriale.
A maggior ragione, non sono giustificati e giustificabili i troppi silenzi e balbettii che accompagnano il tifo attivo di centrodestri, leghisti, confindustriali e collaborazionisti.
E per questo, proprio oggi, occorre schierarsi e dire chiaro e tondo che si sta dalla parte della Fiom e degli operai che non si piegano e che Marchionne deve ritirare i licenziamenti politici.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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La strategia del silenzio di Formigoni non è ulteriormente accettabile. Non bastano più i telegrafici “non c’entro nulla” o le generiche difese d’ufficio, come quella di Boni.
O Formigoni fornisce delle spiegazioni plausibili oppure diventa lecito, anzi doveroso, esigere le sue dimissioni da Presidente della Regione, di fronte a un Pirellone letteralmente invaso dalla questione morale.
Va ricordato che l’attuale legislatura regionale è praticamente un neonato, cioè ha poco più di due mesi di vita, ma  che è già colpita da una serie di inchieste giudiziarie che fanno impallidire le vicende del quinquennio precedente (i casi Guarischi e Rinaldin, i doppi incarichi/stipendi di Borghini e Bonetti Baroggi, lo scandalo bonifiche e quello Prosperini ecc.).
Infatti, prima era esploso lo scandalo annunciato dell’ex-assessore Ponzoni, che siede tuttora e indisturbato nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale.
Poi è arrivata la maxi-retata contro la ‘ndrangheta, con l’arresto del direttore sanitario dell’Asl di Pavia e con il coinvolgimento nell’inchiesta, sebbene allo stato non indagati, dell’uomo di fiducia di Formigoni, Giancarlo Abelli, dell’ormai habitué Ponzoni e del vicepresidente della Commissione IV del Consiglio, Angelo Giammario (tutti Pdl).
E infine, è arrivato il coinvolgimento diretto del Presidente Formigoni nell’inchiesta sulla cosiddetta P3. Certo, ha ragione il leghista Boni, attuale Presidente del Consiglio regionale lombardo, cioè si tratta soltanto di “una semplice telefonata”. Peccato però che la telefonata in questione fu fatta a un personaggio ora in carcere, cioè Martino, per sollecitare l’indebita attivazione del Presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, in questo momento sotto inchiesta da parte del Csm, nella vicenda della lista elettorale collegata al candidato Presidente per le ultime regionali.
Insomma, un quadro inquietante, anche se non imprevedibile, che può giustificare diversi comportamenti, salvo quello del silenzio. Quindi, Formigoni parli, spieghi, cerchi di convincere i lombardi e soprattutto dica che atti intende promuovere affinché sia garantita la trasparenza, la moralità e il rispetto della legge al Pirellone. Altrimenti, si dimetta, insieme a quelli che l’avrebbero già dovuto fare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 

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Il governo regionale della Lombardia non se la può cavare con il suo scarno comunicato in cui annuncia la sospensione dalla sua carica di Carlo Antonio Chiriaco, il direttore sanitario dell’Asl di Pavia, arrestato stamattina nel quadro della maxi retata contro la ‘ndrangheta.
Anzi, il Presidente Formigoni e i vertici della Sanità lombarda devono parecchie spiegazioni e le devono immediatamente.
In primo luogo, negli ultimi anni Chiriaco, di area Pdl, era stato accusato più volte da esponenti politici locali di Pavia di intrattenere rapporti poco limpidi con ambienti riconducibili al crimine organizzato.
Certo, siamo garantisti anche noi e concordiamo quindi che non basta un’accusa generica per determinare i destini di una persona. Tuttavia, visto l’incarico delicato di Chiriaco, c’è da chiedersi perché non sia stata mai avviata alcuna inchiesta interna da parte dell’Assessorato regionale della Sanità.
In secondo luogo, gli inquirenti accusano Chiriaco, tra le altre cose, di aver procacciato voti a favore di Giancarlo Abelli in occasione delle ultime elezioni regionali, per mezzo dei boss della ‘ndrangheta.
Abelli non risulta tra gli indagati e non sappiamo se quanto ricordiamo di seguito avrà mai importanza da un punto di vista penale, ma di sicuro ha una sua forte rilevanza politica e morale.
Abelli, fino alla sua elezione a deputato per il Pdl nel 2008, era uno degli assessori di fiducia di Formigoni. E sebbene occupasse la poltrona di Assessore alla Famiglia e Solidarietà sociale, in realtà controllava tutte le nomine nella Sanità lombardo per conto di Comunione e Liberazione.
E questo è vero in modo particolare per quanto riguarda Pavia, il suo luogo di origine, dov’è considerato una sorta di ras della politica locale.
Inoltre, dobbiamo ricordare ancora una volta che i rapporti tra Formigoni e Abelli e tra quest’ultimo e l’amministrazione regionale non si erano affatto interrotti nel 2008. Anzi, il deputato Abelli continuava ad avere a sua disposizione un ufficio al Pirellone, nonché l’autoblu e l’autista del Presidente Formigoni, come avevamo scoperto nell’estate del 2008, grazie a una nostra interrogazione.
Avevamo poi fatto una seconda interrogazione per sapere quali erano le sue attività, visto che utilizzava strumenti e risorse della Regione, ma la risposta a questa domanda non sarebbe mai arrivata. Nemmeno il formale sollecito dell’anno scorso, ai tempi dello scandalo bonifiche, quando la moglie di Abelli finì in carcere e si scoprì che l’ex-assessore aveva a disposizione anche la Porsche di Grossi, produsse risultati.
E allora, eccoci di nuovo qui a chiedere spiegazioni sul ruolo dell’ormai sempre più ingombrante uomo di fiducia di Formigoni. Talmente ingombrante da averlo spinto a rinunciare al suo posto in Consiglio regionale e rimanere a Roma, beninteso.
Invece, è sempre al suo posto in Consiglio regionale l’esponente Pdl Massimo Ponzoni, ex-assessore di Formigoni, già coinvolto nelle indagini sullo scandalo bonifiche e soprattutto indagato anche lui nel quadro nella maxi-retata di oggi.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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